Mille sono i motivi per i quali ho deciso di buttarmi in questa fantastica avventura chiamata Why Not?!, ma uno su tutti è la possibilità di conoscere le storie degli ospiti che ogni sabato intervisto. Alla base di tutto c’è sicuramente la curiosità di scoprire cosa il mondo ha da offrire, ma in alcuni casi oltre alla curiosità c’è anche una voglia innata di avventura. La storia di Giulia Praolini, intervistata nella puntata del 22 Novembre 2014, parte proprio dalla voglia di avventura. Attraverso India, Cina e Zambia, Giulia è cresciuta, e la testimonianza, è tutta nelle sue parole…Non fatevi spaventare dalla lunghezza, prendetevi il tempo che questa storia merita perchè arricchirà il vostro spirito di avventura, e se a metà lettura vi viene voglia di fare la valigia e partire, non preoccupatevi….siete in buona compagnia!

Buona lettura!

Iniziamo a scrivere...Penso che scrivere per raccontare certe esperienze non lasci mai del tutto soddisfatti. Spesso si resta con la sensazione di non aver espresso esattamente tutto ciò che si desiderava esprimere. Quando me lo chiedono, il più delle volte mi limito a fornire risposte evasive, un po’ scontate. Perché, la maggior parte delle volte, è proprio quello che la gente si aspetta di sentirti dire. E di sentirsi dire. Da dove inizio? Dall’inizio, appunto.

CAPITOLO 1. INDIA

India. L’esperienza più straordinaria che io abbia mai vissuto – almeno finora – la più immatura delle tre e proprio per questo la più speciale. In India ci sono finita inseguendo un sogno di bambina. Guardando un film – La piccola principessa – mi innamorai del modo in cui la protagonista raccontava storie di una terra lontana chiamata India. Ecco, le sue storie suscitarono in me una curiosità incontrollabile. Sentivo di dover vedere dal vivo cosa fosse realmente quella terra. Così a 21 anni – durante il mio primo anno di Master – mi si presentò un’occasione d’oro:  l’opportunità di svolgere un semestre all’estero. Vivevo un periodo di transizione, di cambiamento, la mia vita stava prendendo una piega diversa, stavo (forse) crescendo, mi sentivo irrequieta.

Non trovavo più stimoli nella routine, volevo provare emozioni forti, volevo vedere cosa c’era oltre Arluno, oltre i miei amici di infanzia, oltre la mia casa, oltre la mia famiglia.
La scelta di partire – il mio
Why Not?! – maturò in un periodo “depresso” e, come spesso accade, è proprio dal fango che nasce qualcosa di sorprendente.
Così decisi di partire per provare la sensazione di trovarmi in un posto nuovo, da sola, circondata da persone nuove, a fare cose nuove, a vedere cose nuove, a parlare una lingua nuova… Non so spiegare esattamente da dove scaturisca questa esigenza, so solo che mi piace inseguire ciò che è ‘altro’ da me.
Delle 5 possibili destinazioni a scelta, la mia prima opzione fu, ad occhi chiusi, Kolkata – India. Il mio sogno.
Mi presero, partii.
Quando affronti un viaggio così impegnativo e sei così giovane, non sei per nulla conscio di cosa ti aspetta, non sei preparato, semplicemente: non pensi. Ti fai soltanto prendere dall’euforia del momento e non vedi l’ora di vedere, di scoprire. Non ti informi nemmeno. Non vuoi anticipazioni, di nessun tipo. Vuoi una sorpresa.

E fu la più bella sorpresa della mia vita.

Giulia Praolin in India11 Agosto 2011. Come scordare quel giorno. Impossibile. “La prima cosa che ricordo dell’India era l’odore diverso dell’aria…” – Questo è l’incipit di Shantaram, un romanzo ambientato in India che mi ha fatto conoscere ed amare quel Paese ancor prima di viverci. Quella frase mi è rimasta così impressa nella mente che, fin dal primo istante in cui ho messo piede fuori dall’aeroporto, ho potuto comprenderne il vero significato: l’odore dell’aria è davvero DIVERSO.
Un odore forte, poco piacevole, forse, all’inizio, ma intenso e ricco. Lo si sente ovunque, ti accompagna ovunque. Da quell’odore non si scappa. O meglio, ci si scappa solo dopo un po’ quando anche il tuo odore cambia a causa delle spezie, del cibo, di ciò che ti circonda. Solo allora non lo senti più. In realtà, non lo senti più solo tu perché ci sei immersa, ma lo sentono i tuoi quando vengono a prenderti all’aeroporto dopo 6 mesi in India! Come mi manca, ora, quell’odore!
Una volta lasciata l’India, l’ho ‘incontrato’ solo un’altra volta, in Tanzania, ed è stata un’emozione sconvolgente…ma questa è un’altra storia!
Oltre all’odore, ciò che subito mi colpì fu il caldo. Un caldo opprimente che ti penetra nelle ossa, un po’ come il freddo pungente, solo al contrario.

Odore e caldo: queste sono le prime due diversità che ho notato e che non scorderò mai.

Il caos indianoIl mio terzo ricordo è il taxi. Un taxi lercio, vecchissimo, tutto rotto, nero, sporco. Uno schifo, insomma, che unito al caldo faceva ancora più schifo. Tutto appiccicoso – mi sentivo già sporca. Ancora non sapevo – neppure lontanamente lo sospettavo, a dire il vero – che avrei passato sei mesi così, tra sporcizia, caldo e caos…e la cosa più strana è che non sapevo che, alla fine, mi ci sarei abituata al punto da non farci più caso. Se ci ripenso, a dire la verità, non so come io sia riuscita a fare certe cose – come dormire in certi posti a un euro a notte oppure sdraiata per terra in terza classe su un treno sovraffollato, ‘in compagnia’ dei topi, tra due vagoni davanti alla toilette, con altri due milioni di esseri umani addosso. Non so come io abbia avuto il coraggio di mangiare per strada in certi posti dove le mosche non si potevano contare, dove è meglio non guardare, dove scopri la bontà di certi cibi che se solo ti facessi troppe domande non assaggeresti mai…

I viaggi in trenoLa verità è che ti adatti a quello che c’è intorno a te e lo sporco non ti sembra più tanto sporco, la puzza non è più tanto puzza, le persone non sono più così tante (solo Kolkata conta 20 milioni di abitanti), gli spazi non ti sembrano più così immensi (7-10 ore di viaggio per giungere a destinazione si considerano ‘vicino’ in India…36 – 40 ore ‘lontano, ma comunque fattibile’), il traffico non è più così tanto traffico (metterci 2 ore dall’università al centro della città in taxi, ogni volta, ti sembra normale, alla fine).

Una scuola particolare

E’ l’india che mi ha cambiata. O, come mi disse una volta il mio caro amico Joshua, anche lui in giro a farsi arricchire dal mondo, ‘non è l’india che ti ha cambiato, sei tu che ti sei fatta cambiare dall’india’Mai sentite parole più vere.

La verità sta in te. L’apertura sta in te.

Giulia Praolin con i tatoo tipici indiani

Molte persone vanno in un posto così e lo odiano. Perchè non si aprono, perchè è cosi diverso che – per loro – è difficile, se non addirittura impossibile da accettare, da amare… Ma, garantisco io, se trovi la forza e hai la volontà di abbatterla, questa barriera, intendo…beh, hai vinto alla lotteria! E’ in India che lo ‘scontro’ con il nuovo (forse perchè il primo, forse perchè estremo… l’India è estrema!) mi ha fatto intraprendere la mia nuova vita, appunto. Il nuovo dell’India mi ha fatta incuriosire.

Ci si lava per strada...

Provo a spiegarmi meglio. La prima sensazione che ho provato durante il tragitto in taxi da Nuova Delhi (è lì che sono atterrata) è stata di tristezza profonda: paesaggi brutti, aridi, secchi, bambini e adulti ai lati delle strade – ovunque – che chiedevano l’elemosina. La seconda sensazione, una volta scesa dal taxi a Pahar Ganj – il new market, un po’ il punto di ritrovo per turisti e backpackers vari – è stata di panico. Ecco, lì avrei voluto piangere: non sarei mai riuscita a stare in quel posto per 6 mesi, pensavo. Ero disperata. Mi trovavo in mezzo ad una strada, talmente affollata da togliere il respiro.

Il caos della strada

Non c’era un centimetro libero, ero circondata da taxi (ci sono pochissime auto private in India), tuc tuc, biciclette, pedoni, mucche, cani, capre (ci sono animali OVUNQUE), carretti, motorini, tubi scoperti in ogni angolo, tendaggi che mi sfioravano la testa, come in ogni mercato che si rispetti, mosche, spazzatura ovunque, clacson (il codice della strada non prevede regole – proprio NESSUNA – a parte quella di suonare il clacson. E tu devi cercare di interpretare cosa vogliano farti intendere gli autisti in quel modo!), musica, urla. Un vero caos! Dopo lo sconvolgimento iniziale, mi sono accorta che chiunque passasse mi parlava, mi faceva domande, mi dava il benvenuto a suo modo, voleva sapere da dove venivo, cosa ci facessi lì… chiunque incontrassi era curioso di me. Del DIVERSO. E’ così che mi sono innamorata di quel posto nel giro di 10 minuti. Non sei solo in India, MAI. Se hai un problema, c’è sempre qualcuno pronto ad aiutarti a risolverlo. Non c’è fretta, non c’è maleducazione, non c’è indifferenza. A volte c’è davvero troppo di tutto, ma è proprio questo ‘troppo’ di cui mi sono innamorata.

Kolkata

L’unica cosa insopportabile è la mania degli Indiani di FISSARTI. Ti si mettono di fianco e ti FISSANO e non si schiodano. Mi è capitato, ad esempio, di svegliarmi sul treno – in uno dei miei viaggi interminabili – e di ritrovarmi con dieci sconosciuti intorno che mi FISSAVANO, a braccia conserte…ed è un po’ inquietante, lo so! A parte l’evidente diversità nei tratti somatici, la diversità culturale è a dir poco abissale, in primis la concezione del tempo. L’Indian time – così come lo Zambian time, di cui avrei fatto di lì a poco esperienza – è ‘piano piano, relax’. Se hai un appuntamento alle 9, puoi star sereno che prima delle 11 non si presenta nessuno. I progetti in team si tengono sempre a notte fonda perché gli Indiani preferiscono dormire a lezione e lavorare tra mezzanotte e le 5 del mattino…e chissà qual è il motivo!

Le case

E considerate 2 ore (minimo) di taxi per raggiungere qualsiasi destinazione! Due ore che però non sono sprecate perché lo spettacolo di cui si gode guardando fuori dal finestrino è di gran lunga migliore di quello offerto da un qualsiasi film.

Gli incontri nelle stradeTre ore per mangiare sono poche perché non ti permettono di ascoltare tutte le storie che vorresti sentire. Due intere giornate – 48 ore piene – all’ufficio immigrazione per un banale timbro, rimbalzando da un tavolo all’altro come un’anima in pena, sono una meraviglia da ricordare, ADESSO. Sette ore a gironzolare in cerca della casa 7/a/c che non si trova tra il civico 6 e l’8, ma tra il 27 e il 35/f/v senza una spiegazione logica, mi fanno sorridere, ADESSO. Viaggiare 40 ore su un treno senza porte, condividendo cibo (e non solo) con i compagni di carrozza che diventano la tua famiglia dopo pochi minuti, comprare porcherie dal finestrino ad ogni assalto di venditori urlanti e chiassosi ad ogni fermata, sono un ricordo malinconico, ADESSO. La corruzione – brutta, ma, ahimè, presente – che ti fa fare gli occhi dolci al poliziotto, al controllore, al guardiano di turno, fa quasi tenerezza, ADESSO. Il ricordo della porta sulla sinistra con il cartello “IN” e quella sulla destra con il cartello “OUT” e la guardia che s’infuria se osi entrare dall’OUT mi fa commuovere, ADESSO. Le strade gremite di gente che si sveglia, si lava, mangia, lavora, dorme, fa amicizia sulla strada – la loro vera ‘casa’ – mi mancano, ADESSO.

Animali ovunque

E’ povera l’India, sì, ma dignitosa, così dignitosa che non provi compassione. Loro sono felici – no matter what – e così, sei felice anche tu per loro. Se cerchi un cestino dove buttare la spazzatura, c’è sempre qualcuno che ti dice: ‘no, buttala per terra perchè c’è chi è pagato apposta per raccoglierla!’. I camerieri che ti rimproverano se al Mc Donald’s svuoti il tuo vassoio, sempre per lo stesso motivo! I bambini che ridono se cerchi di far loro capire perchè non devono buttare i rifiuti per terra…e chi si è mai preoccupato di spiegar loro il motivo?!

Karnataka

L’India è pazza…ma ti cambia la vita. Lavarsi in un catino, la carta igienica che non esiste, la mancanza di acqua. Le donne infelici che non sanno cosa sia l’amore vero e che – così dicono – imparano ad amare gli uomini che i genitori hanno scelto per loro. I colori dei Saari che riempiono l’aria di gioia, il caos delle grandi città, la tranquillità dei villaggi. La spiritualità che si percepisce nell’aria, gli innumerevoli dèi in cui credono. La marijuana che si accetta perché Shiva, il dio della distruzione, ne faceva uso. I Baba che ti leggono l’anima in un minuto, senza neppure conoscerti. La costante ricerca della bellezza, della perfezione, dell’eternità. Tutto ciò pervade l’aria, non puoi sfuggire. Meravigliosa India. I paesaggi mozzafiato, i templi, i monumenti. 

Ladakh

Ricordo Hampi, che sembra un’isola incantata, o Bodhgaya, un villaggio sperduto nell’immensità delle campagne, dove Buddha trovò  l’illuminazione. O ancora, Agra con il suo Taj MahalRajasthan con le sue mete più turistiche e i templi dei Sultani e Kerala con i suoi canali nella jungla. E infine Ladakh sull’Himalaya, un paradiso disperso tra montagne, deserto e radure. Lì abbiamo trascorso una nottata stupenda. Ci siamo giunti dopo tre giorni di trekking, accompagnati da una guida, e con una jeep. Mi sono ritrovata in una valle incantata, in parte verde e in parte deserta, circondata dalle montagne e attraversata da un ruscello: è stato amore a prima vista, sono rimasta a bocca aperta! Noi, cinque bianchi, facevamo le moine alla guida per convincerla a farci dormire all’aperto, sotto quelle stelle giganti, e non nell’ostello che avevamo prenotato. Ci siamo messi a cercare legna, birra (solo per noi, lui – mussulmano – non poteva bere alcool) e cibo. E ci siamo riusciti. Ricordo ancora quell’emozione, come se fosse ieri. Con il naso all’insù e sotto un manto di stelle, ti rendi davvero conto di cosa voglia dire essere liberi. E potrei continuare…

Panorama di Ladakh Ladhak

A proposito dell’Islam, un’altra caratteristica unica dell’India è questa: la coesistenza di mille religioni diverse. Chiese cattoliche, templi hindu, moschee, luoghi sacri buddhisti…l’uno accanto all’altro, tutti sotto lo stesso cielo! E pensare che costruire una moschea a Milano può diventare un problema…vorrei tanto che certe persone avessero modo di vivere l’India, di conoscere la sua poliedricità! Ciò che rende l’India veramente speciale è l’anima! Quante storie ho sentito, quanti incontri ho fatto?! E’ il regno dei viaggiatori di strada – individui erranti, un po’ pazzi, un po’ sognatori, quelli che ti fanno pensare che la vita, forse, non è per forza un percorso obbligato: vivere non significa solo nascere, crescere, lavorare, avere figli e morire, ma può anche essere altro, molto altro. Ho conosciuto uomini che giravano il mondo a piedi, che avevano lasciato il lavoro e si erano messi in viaggio, così, senza una meta precisa, e che ogni tanto si concedevano una sosta per racimolare qualche soldo. Ho capito che le convenzioni le abbiamo create noi e che non è necessario seguirle, anzi…che c’è molto di più, molto altro, oltre queste barriere autoimposte! […]

L'accoglienza degli indiani

Prima di chiudere, vorrei condividere un’ultima esperienza indiana, per me molto significativa. Una sera viaggiavo da sola in treno, di ritorno da Varanasi dove ero stata con le mie amiche Libe e Valentina (Sì, le due pazze erano venute a trovarmi), diretta a Kolkata. Di nuovo sola. Triste per la loro partenza e ancor più triste perché avevo appena perso mia zia in Italia. Piangevo, seduta per terra, senza un posto. Allora due ragazzi indiani – mai visti prima – mi fecero spazio sul lettino che condividevano e mi diedero del cibo e una coperta… Ecco, questa è l’immagine con cui voglio incorniciare il mio ricordo dell’India, il Paese che mi ha definitivamente cambiato la vita!

Il sorriso degli indiani

CAPITOLO 2. CINA

Tornare a casa fu ovviamente un disastro totale. Dopo aver vissuto un’esperienza del genere, la solita routine mi stava ancora più stretta. Ho avvertito una distanza crescente tra me e ciò che mi stava attorno. E non lo dico con cattiveria. I miei amici di sempre, la mia casa, la mia famiglia e il pub di Arluno mi scaldano ancora il cuore a chilometri di distanza, sia chiaro. Ma – e credo sia inevitabile – dopo un viaggio così importante, si apre un gap difficile da colmare, le tue concezioni e le tue prospettive appaiono ribaltate. Alcune esperienze uniscono, altre allontanano inevitabilmente. Così decisi che non potevo fermarmi. […]

Il viaggio continua... Seconda meta prescelta:  Cina, Mutianyu, il villaggio ai piedi della muraglia cinese, alle porte di Pechino. Stage di sei mesi in turismo sostenibile. Ero stagista in un Resort eco&social friendly e lì ho scritto la mia tesi di laurea. E’ stata un’esperienza totalmente diversa dalla precedente. Innanzitutto, non ero più una studentessa, ero lì per lavorare ed è stata la mia prima vera esperienza lavorativa, di cui sono pienamente soddisfatta: ottimo tutor, contatti con persone provenienti da ogni parte del mondo, un’esperienza formativa di tutto rispetto, insomma. Per il resto, beh…non è stato per niente facile! Vivevo in un villaggio dove non c’era praticamente nulla, tranne la muraglia che incombeva sopra di me…

La muraglia cinese

Inizialmente ero l’unica “bianca”: i cinesi sono un popolo abbastanza chiuso nei confronti delle altre culture (come gli italiani, del resto) e comunicare in inglese poteva essere molto complicato. Mi sono chiusa in me stessa, all’inizio. […] E invece, inaspettatamente si è rivelata un’occasione preziosa per affrontare me stessa, le mie paure, quello da cui scappavo, il mio non piacermi. Perché ho dovuto imparare a farmi compagnia, a bastarmi…e ora, ringrazio il cielo per avermi dato questa grande opportunità. In Cina ho imparato a riconoscere il valore e il piacere della solitudine.

beijing

L'inseparabile guida

Superata la prima, difficile fase, sono riuscita ad apprezzare la bellezza delle piccole cose, come le passeggiate in montagna ai piedi di quella meraviglia, i sorrisi degli abitanti del villaggio, le stelle che sembravano davvero gigantesche in un posto senza luci e viste dalla mia stanza, così minuscola… Solo dopo qualche tempo, solo dopo aver imparato ad andare a Pechino da sola, solo dopo essere riuscita a cercarmi un albergo consultando siti scritti solo in cinese, a girare per la città con la mia Lonely Planet senza far caso a quella miriade di scritte per me incomprensibili che ti fanno sentire spaesata, sola, in panico totale…solo allora è arrivato il bello!

Sono arrivati gli americani

Ho avuto modo di conoscere tante persone, oltre a lavorare, passeggiare e leggere…e tutto questo è successo durante gli ultimi due mesi. Ciò che ricordo di quest’esperienza è, innanzitutto, la difficoltà di trovarmi in un Paese con pochissime aperture verso l’esterno. Ricordo il blocco di internet, il non poter usare Google, tanto meno Facebook. Ricordo il non poter parlare di politica, nè di religione, la difficoltà di comunicare, leggere, scrivere e posso assicurare che non è poco. […] Ricordo i compagni di viaggio ‘passeggeri’, le serate passate nella casa comune dello staff, dove ci si insegnava il cinese e l’italiano a vicenda e ricordo l’arrivo di nuovi stagisti americani, il sollievo nel vederli, la compagnia…

Con lo staff

Ricordo la complicità che si è creata, alla fine, con i miei colleghi. Una complicità fatta di poche parole, ma di tanta tenerezza e tanti gesti di affetto. Ricordo il continuo contrattare alle bancarelle (più estenuante che in india, perchè almeno lì facevi finta di andartene e loro ti inseguivano, pur di vendere), si partiva da 10.000 yuan e riuscivi a trattare fino a scendere a 100… Ricordo la contraffazione. Ricordo la timidezza dei cinesi, la loro dolcezza, così come la loro chiusura, opposta alla follia indiana. Era come se mi trovassi in un mondo a parte, un po’ come in India, ma la sensazione era del tutto diversa!

 La complicità fatta di poche parole e molti gesti

Ricordo qualche parola in cinese e il contrasto tra Mutianyu, Pechino e tra queste e Shanghai. Mutianyu si riduceva a due strade e c’era un solo un baracchino che vendeva qualcosina da mangiare. Ricordo che un giorno un vecchietto mi offrì gou rou e baijio fuori da quella baracca (carne di cane e liquore purissimo e fortissimo che bevono in quantità industriali dopo ogni cena). Non accettai e mi sentii immensamente sollevata per aver rifiutato dopo aver scoperto di cosa realmente si trattasse!

Giulia Praolin in cina

Ricordo la cucina cinese di cui mi sono innamorata, così lontana da quella proposta in Europa! Non c’entra proprio nulla, effettivamente, tanto che ogni volta che vado in un ristorante cinese in Italia, ad esempio, non trovo nulla di quello che vorrei mangiare! Ricordo le giornate passate con gli ospiti del Resort, l’organizzazione di eventi, feste e riunioni per grandi aziende. Ricordo che alla fine dei sei mesi mi sentivo a mio agio come se fossi a casa mia, amata e apprezzata per quella che ero, così diversa. Dopo un paio di settimane tutti sapevano che io bevevo acqua fredda (loro bevevano acqua bollente soltanto) e me ne lasciavano sempre un bicchiere di fianco al lavandino.

ShangaiRicordo Pechino: la grandezza, le migliaia di persone, il caos, ma un caos ‘ordinato’ in confronto a quello che ho trovato in India, un caos più elegante…più progredito. In realtà, è una città molto tradizionale, con le tipiche casette cinesi, con laghi bellissimi, colori vivaci…Shanghai…beh è tutta un’altra cosa! Come se fosse una New York d’Oriente, con le sue 24 ore no stop, i grattacieli, la modernità estrema.

Mentre l’India è davvero un mondo a parte con le sue regole, le sue pazzie, le sue concezioni, tanto che sembra non abbia bisogno di niente e di nessuno, la Cina è un mondo che vuole mettersi da parte, ‘chiamarsi fuori’, ma che, al tempo stesso, cerca di diventare una copia dell’Occidente, di quell’Europa così lontana che conosce benissimo: vuole dare l’impressione di non aver bisogno di niente e nessuno, ma in realtà, dipende da noi, ci emula in tutto e per tutto. I cinesi hanno un loro Facebook, un loro YouTube, un loro Baidu (Google). Hanno i loro grattacieli, le loro tecnologie, le loro grandi firme. […] La Cina è una via di mezzo tra la nostra realtà e la realtà indiana o africana….

A mio parere, non è nulla di speciale. Non voglio essere fraintesa, sono soddisfatta dei miei sei mesi cinesi per tutti i motivi di cui ho parlato e soprattutto perché è stata una sfida con me stessa. Ma il luogo in sé non mi ha per nullaentusiasmato. Porterò sempre nel cuore il paesaggio che potevo ammirare dalla mia finestra, la magnificenza della muraglia – ogni volta che mi soffermavo a guardarla, non potevo fare a meno di pensare a come siano riusciti a costruirla! Le lunghe conversazioni a gesti con persone magnifiche e che ricorderò per sempre, le cene infinite in cui si condivideva tutto – a cominciare dai milioni di piatti sui tavoli girevoli! E, ovviamente, lo splendore di Pechino e di Shanghai.

Shanghai

Ricorderò anche la presenza costante delle forze dell’ordine, la maestosità di piazza Tienamen, la bellezza dei bultong (viette caratteristiche), la vacanza con i miei genitori, il mio tutor che mi ha dato sicurezza ed un grande incoraggiamento, la mia bellissima tesi che mi ha fatto guadagnare un punto di lode e i due pazzi americani con cui ho vissuto la Pechino by night e con cui ne ho fatte di ogni…

Beh è in Cina che sono cresciuta, credo…ho conosciuto meglio me stessa, ho superato dei limiti e mi sono messa del tutto in gioco. E ne sono uscita bene, direi!

Piazza Tienanmen

CAPITOLO 3. ZAMBIA

Dopo la trasferta cinese, sentivo il bisogno di tornare a provare emozioni forti come quelle vissute in India e volevo provarle in Africa, il continente dei tramonti giganteschi…

I tramonti giganteschi

Ormai ero laureata, dipendeva tutto da me, non potevo più contare su appoggi esterni, così me la sono cercata. Volevo lavorare in una ONG e ho mandato mille curricula, finchè un giorno mi hanno chiamato per fare l’amministratrice a Lusaka. Anche questa volta, non sapevo esattamente cosa mi aspettasse, ma poco mi importava, dovevo solo andare via… E arrivai dove mi trovo tuttora.

Quale migliore benvenuto di un febbrone a 40 durato una settimana? Ero in panico, poteva anche essere malaria, dicevano. Balle, ma arrivando da un continente come l’Europa, porti con te un bagaglio di ansia che ti resta appiccicato addosso, non puoi farci nulla! Forse è anche per colpa di tutta quell’ansia che mi sono ammalata! Ho trascorso la prima settimana chiusa in casa, in preda ad una crisi di nervi, a cui si sommavano ansia crescente e curiosità incontenibile. Inizialmente vivevo in una casetta in mezzo ad un bosco con 4 cani pulciosi che dormivano sul mio divano, lasciati in ‘eredità’ dai miei predecessori che li sfamavano. Comunque, lo Zambia è uno spettacolo!

Ora è casa mia, posso dirlo forte.

Mongu

Nonostante tutto quello che si dice dell’Africa, in Zambia si sta benissimo. Non a caso, lo chiamano il paese più peaceful dell’Africa e non posso che confermare. Non credo di aver mai visto nessuno arrabbiarsi (tranne la sottoscritta), non credo di aver mai avvertito la sensazione di pericolo. Certo, non bisogna andarsele a cercare!  Tuttavia mi è capitato di camminare sola in un compound di notte e non mi è successo nulla! Insomma, una vita normale.

Ragazzi disabili

Quando ti abitui al fatto che la corrente potrebbe saltare da un momento all’altro, senza sapere quando e se tornerà – e puntualmente succede quando torni dal lavoro o dalla palestra e vuoi solo mangiare o fare la doccia e non puoi fare nulla se non aspettare! Magari, hai anche il telefono scarico, il computer non funziona, la connessione internet non c’è…e devi avere pazienza! Quando ti abitui a camminare su strade sconnesse, senza marciapiedi, senza illuminazione, nemmeno nelle vie principali… beh, sei a posto! Non manca nulla a noi basungu quaggiù (uomini bianchi, è così che ci etichettano). La maggior parte delle persone ha un’idea distorta dell’Africa. Si può trovare di tutto, il problema è solo di chi non può proprio permettersi nulla. Posso ritenermi fortunata, da questo punto di vista!

Compound baby

Lusaka è la capitale, ma non può essere considerata una città come la intendiamo noi europei. È una capitale un po’ particolare. Al di là delle quattro strade principali, ci sono solo compound  e bush (sterpaglie). Non esiste un centro vero e proprio! Quello che loro chiamano centro è, in realtà, il mercato principale, dove c’è un caos tremendo e puoi davvero vederne di tutti i colori! Qui chiunque incontri cerca di rifilarti qualunque cosa, non è possibile camminare senza che qualcuno ti urli: “Sweetie, I love you” “Sweetie, I want to marry you” “Please, baby girl, change my life“, “I want a white woman” e via dicendo…

Cicetekelo

Purtroppo, non si può nascondere il colore della pelle…e in Africa si vede di brutto! E questo a volte fa piacere, molte altre dà fastidio. All’inizio amavo tutto di questo posto: l’affabilità delle persone, il caos della town, la quiete del bush. Ora mi innervosisce un po’, devo ammetterlo…se prima vedevo amicizia ovunque, ora vedo opportunismo, se prima vedevo tenerezza, ora vedo ignoranza. E’ proprio vero, i posti ti cambiano. E lo Zambia mi ha cambiata, per certi versi in meglio, per altri in peggio. E ora che sono zambiana anch’io, capisco i loro ‘meccanismi’ e mi permetto di fare come fanno loro, di criticare ciò che fanno e il modo in cui lo fanno…e non è tutto rose e fiori!

Cerimonia tradizionale

Provo a spiegarmi meglio. E’ un posto fantastico, senza dubbio, ma dopo un po’ che ci vivi stanca. Ti innervosisci quando qualcuno ti fa un favore – e all’inizio avresti apprezzato – solo perché vuole qualcosa in cambio. Ti innervosisci quando ti danno attenzioni solo perché sei bianca e, per loro, bianco è sinonimo di soldi. Ti senti male! Quando sei felice, hai raggiunto un tuo equilibrio in quello che potrebbe essere un luogo di pace e serenità e, invece, realizzi che le persone ti osservano e ti ascoltano solo perché provano invidia e fanno di tutto per rovinarti, fa male. Sì, posso dire che lo Zambia è un Paese di convenzioni etiche false.

Prima stranezza vista a lusaka ahahaha

Sono cattolicissimi solo a parole; puritani solo in cartolina. La realtà è ben diversa: c’è una cultura dell’alcool e della prostituzione che fa spavento! Uomini sposati che si fanno accompagnare dalle ‘signorine’ nei locali durante il weekend, uomini fidanzati con altre 3 o 4 girlfriends in giro chissà dove e, quasi sicuramente, con 3 o 4 figli in qualche altro villaggio! Il sesso è ovunque e, di conseguenza, il rischio di contrarre l’HIV. Le ragazze sfornano figli come se fossero giocattoli, perché nella loro cultura i figli sono come un accessorio. Se non hai un figlio a 17 anni, non vali nulla! E poi tutti questi figli chi li sfama? Le strade si riempiono e la gente muore. La gente muore, sì, ma non di fame. Se c’è una cosa di cui qui non si muore è proprio la fame: con la loro nshima (la polenta locale) hanno quasi del tutto risolto il problema.

Restano gli altri, i veri grandi problemi!

Strade africane

La mancanza di acqua nelle case, la popolazione concentrata principalmente nei compound, le condizioni igieniche pessime, le distanze interminabili dagli ospedali, le infrastrutture scadenti che non riescono a collegare i punti strategici, il sistema sanitario penoso – o hai i soldi o muori – l’educazione sessuale inesistente, l’abuso spropositato di alcool e droghe, l’educazione scolastica… Adoro lo Zambia, non vorrei essere fraintesa, e innanzitutto per la sua ingenuità. Esattamente come India e Cina, è un Paese a parte, ma dei tre che ho visitato, è quello più aperto al resto del mondo. Come gli indiani (che però stanno bene come stanno) sanno che c’è altro e di più oltre i confini e desiderano raggiungerlo, ma non hanno i mezzi per farlo. In parte, è anche colpa nostra. Li abbiamo abituati al nostro dominio, a fare gli schiavi, all’obbedienza…e questo atteggiamento emerge costantemente nella vita di tutti i giorni. L’educazione e la gentilezza, in realtà, sono sinonimo di sottomissione. Qui un nero si rivolge a una bianca, anche giovane come me, chiamandola madam…. Ti fanno sentire sempre rispettata, apprezzata, amata e benvoluta…ma tutto questo, con la consapevolezza dei ‘meccanismi’ che ho maturato, ora mi fa innervosire! Sono un popolo pieno di potenzialità e non lo capiscono! La devono smettere di dipendere dal resto del mondo, la devono smettere di abbassare la testa e dire sì. Vorrei tanto che si svegliassero e iniziassero a lottare per difendere i loro diritti! Anche se, così facendo, perderebbero il primato di paese più peaceful dell’Africa, forse è per questo che stanno zitti…

Foto di gruppo

A parte tutto, sono amorevoli, simpatici, socievoli. Ti coinvolgono, ti accompagnano ovunque, ti fanno conoscere questo e quello, ti fanno complimenti, ti aiutano… la maggior parte delle volte, vogliono qualcosa in cambio ma si finisce anche per capirli. I rapporti più veri li costruisci per strada o nei villaggi con la gente del compound. E per ‘veri’ intendo ‘genuini’, visto che non è possibile condividere più di tanto dato che la differenza culturale è incolmabile! Ti regalano tante emozioni comunque. Il mio lavoro qui mi ha procurato non poche delusioni. Aiutiamo una comunità a svilupparsi economicamente, a crearsi una fonte di reddito. Assumiamo i ragazzi di strada, li formiamo, li manteniamo, li educhiamo…e capita che, appena abbassi la guardia, questi ti rubano l’anima e la rivendono fuori! E tutto ciò ti demoralizza, ti fa cadere le braccia. Senza contare che le condizioni di lavoro ti fanno perdere dieci anni di vita!

Multicultural people

Per farvi un esempio: dovevo montare il condizionatore, un’operazione semplice che si è rivelata una storia infinita! Ho chiamato il tecnico due settimane fa. Mi dice “ok, tomorrow alle 10“. Tomorrow alle 10 diventa alle 12, poi alle 14, alle 16…e alla fine, diventa il giorno dopo! Ok domani. Puntuali alle 8. Arrivano in 5 (ogni volta, anche per un lavoro minimo, si presentano almeno in 5, per non fare troppa fatica e fare con calma, soprattutto) e senza attrezzi. Solo per dare un’occhiata…e già due giorni sono sprecati! Il terzo giorno non si presenta nessuno e sono irrintracciabili. Cerchi un altro tecnico… “ok, tomorrow” – ovviamente tre ore dopo l’appuntamento…arriva, guarda, “ok, tomorrow“. Sparisce. Terzo tecnico (in 5 giorni)… viene a vedere, senza attrezzi, è la prassi… “ok, tomorrow“. Arrivano, iniziano a montare questo benedetto condizionatore. Mi dicono: “Sì, non ti preoccupare, vai pure, entro mezzogiorno finiamo tutto.” Torno a mezzogiorno, sono ancora in alto mare. Esco di nuovo, torno alle 18 e sono ancora lì, nella stessa, tragica situazione. E “madam, there is a problem, it’s not working…tomorrow!“. Tomorrow: non ce la facciamo oggi, domani. Domani, ancora. E il giorno dopo smettono, non si fanno più trovare, non rispondono più al telefono. Risultato? Sono due settimane che il condizionatore non funziona e ho chiamato tutti i tecnici disponibili. Ecco, questo è solo un esempio – snervante. Qui funziona tutto così. Quindi, la santa pazienza – che io non ho, ahimè – è d’obbligo!

Cerimonia tipica

Sono lenti, lentissimi, ma, alla fine, fanno tenerezza proprio per questo. E poi quando amano, amano davvero. Anche se non si tratta dell’amore che intendiamo noi, è un sentimento più infantile, più genuino, più libero il loro! E non so fino a che punto la cosa sia positiva, perché il più delle volte conviene tenere rapporti un po’ più distaccati, per la questione dell’opportunismo di cui accennavo prima. Questo è ciò che ho imparato: prendi il buono che ti possono offrire, ma accettati e tieni ben presente chi sei, consapevole che non ci sarà mai un punto d’incontro totale. E io sono una che si adatta, tutti mi dicono che questa è la mia più grande capacità! Ma, sebbene io sia qui da due anni ormai, non posso negare la mia origine. Si crea, quindi, un rapporto diverso,più consapevole. A parte tutto, riescono sempre a regalarmi grandi emozioni…

Incredibili emozioni

Gli autisti dei minibus, con la loro guida odiosa e spericolata, che per poco non vengono alle mani per ‘vincere’ la musungu (che sarei io) sul loro autobus. Le donne che ti insegnano a ballare con il chitenge legato in vita, davanti a tutto il villaggio…che imbarazzo! Il ritmo qui ce l’hanno nel sangue, uomini e donne. Ballano meravigliosamente bene e sempre, ovunque. Non esiste vergogna, non esiste ritegno. E la danza è spesso MOLTO SPINTA! Sono le nonne ad insegnarti come soddisfare il marito e lo fanno tramite la danza, facendoti PROPRIO – dico PROPRIO – vedere cosa devi fare. Ci sono dei veri e propri riti di iniziazione per le ragazzine che diventano donne. Nei locali, la sera, trovi tutte queste ragazze che si dimenano, mimando atti osceni con qualsiasi ragazzo passi dietro di loro… Sono i numeri 1 in fatto di feste e balli, non mi sono mai divertita così tanto in vita mia come in una qualsiasi serata qui.

Al lavoroAdoro questo posto, ma devo confessare che sono un po’ stufa di poter andare solo nei centri commerciali la domenica pomeriggio perché non c’è molto altro da fare. Spesso mi mancano le passeggiate in centro, guardando le vetrine, i ristorantini in Brera… Mi manca un parco dove sedermi e leggere indisturbata, senza essere fissata come un alieno solo perché sei bianca e stai leggendo un libro, sola, sotto un albero. 

Ingresso

Cosa mi mancherà di più?! Gli spazi infiniti, specialmente fuori da Lusaka. Il bush incontaminato, con qualche piccola capanna qua e là, i bambini che sbucano da tutte le parti. Popolo di bambini lo Zambia…credo di aver visto sì e no 10 quarantenni in tutto da quando sono qui. Non oso immaginare dove finiscano e come!? Mi mancheranno il tramonto, i balli scatenati, i villaggi e i sorrisi, le feste nel compound dove diecimila bambini urlano da fuori la recinzione “Gennaro…terun!”, “Mauro…polentun!”
E il loro accontentarsi di poco, questo mi mancherà.
Ho buttato delle scarpe ormai rotte e ho visto con i miei occhi una guardia riprenderle dalla spazzatura per farle riparare…e sono certa che saranno le scarpe più belle che avrà! E mi mancherà la loro tendenza a fare di ogni minima cosa una questione pubblica, di Stato! Se ti capita di forare una gomma in mezzo al nulla, trovi gente che sbuca da ogni dove e si ingegna per trovare soluzioni rudimentali…e ci riescono sempre! Se ti capita di dover fare un trasloco, tutti si offrono per darti una mano, urlano – sembra una Napoli all’ennesima potenza, a volte – si ingegnano e, alla fine, una soluzione la trovano! Quando chiedi un’indicazione a qualcuno, ti ritrovi scortata da settecento persone che ti vogliono accompagnare dove stai andando, ognuno dicendo la propria, tutti che vogliono aver ragione!

 Mongu

La solidarietà tra bianchi, anche quella mi mancherà. Si crea un rapporto speciale tra bianchi perché, volenti o nolenti, ti trovi a condividere concezioni comuni. E dopo un po’, senti la necessità di riposare la mente, di sfogarti un po’ con chi la pensa e ragiona come te! Non so ancora quanto resterò, ma non sono ancora satura. Ho già visto molto, ma voglio vedere di più… E poi voglio esplorare i Paesi vicini. Per ora, ho solo ‘assaggiato’ Tanzania e Zimbabwe, ma dopo esperienze così lunghe, la settimana ‘da turista’ ormai non mi soddisfa più. Ho bisogno di tempo.

 Spazi infiniti

Sapete qual è la cosa che più mi piace della Giulia che sono oggi, dopo tutte queste esperienze? Che sono sempre più consapevole di chi sono e da dove vengo, ma al tempo stesso, sono sempre più aperta all’ALTRO, sempre più propensa a conoscere e a farmi ‘modificare’ dall’incontro con l’altro, così da smussare con sfumature diverse gli aspetti più ‘spigolosi’ della mia cultura e del mio carattere. Le mie concezioni – pur essendo, di fatto, invariate nella sostanza – sono inevitabilmente mutate. Porto dentro di me ciò che sono e che sono sempre stata, ma ormai sono diventata un mix! E la cosa mi piace da morire. Spero di continuare su questa strada e mi auguro di non perdere mai la capacità di stupirmi. Sono convinta che ci sia molto altro da scoprire e di cui farmi arricchire e la mia curiosità è ancora tanta! Questo ALTRO mi sta aspettando e per questo credo sia difficile, molto difficile per me fermarmi ora. Magari un giorno, forse invecchiando mi stancherò, non so dirlo ora… Per il momento, mi godo ancora un po’ di Zambia.

Saluti dallo Zambia

Guarda il video della puntata qui: http://okradio.it/why-not

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