Vivere e lavorare a Londra, si tratta davvero della nuova America? Non è facile come sembra: a raccontarci la sua esperienza è Chiara.

Quante volte oggi giorno sentiamo ragazzi laureati lamentarsi dell’assenza di lavoro in Italia? Purtroppo spesso, a mio avviso anche troppo.

Tutta questa fatica, i migliori anni passati a studiare per ottenere quel “pezzo di carta”, che dovrebbe essere la chiave per un posto di lavoro sicuro e invece è solo sinonimo di “disoccupazione” o “precarietà”. Sì perché il vero problema non è tanto trovare un lavoro, quanto tenerselo! Il più delle volte si ottengono contratti di stage, mal retribuiti e senza sbocchi. 3/6 mesi e poi sei a casa.

Quali sono le mie fonti?! Odio i numeri, non mi piacciono le statistiche, ma mi è bastato fare un piccolo sondaggio tra conoscenti per tirare le somme.

È stato così anche per Chiara Pelizzola, di Arluno, 30 anni, da oltre 7 londinese adottiva.

Laureata con lode, trova inizialmente un posto presso un’agenzia di relazioni pubbliche a Milano. Stage di 5 mesi, con la promessa di un’assunzione che, tuttavia, tarda ad arrivare. E i 5 mesi diventano un anno e con 500 euro al mese è difficile vivere autonomamente dai genitori (ma poi se non te ne vai da casa sei etichettato “mammone”). Trova un altro stage, questa volta in un’agenzia creativa con una paga di 300 euro al mese, “Ma almeno qui  sono onesti fin dall’inizio e mi dicono che prospettive di assunzione non ce ne sono!” ci scrive Chiara.

Da qui, il passo per varcare il confine è davvero breve.  ‘Qui si soffoca, si viene sfruttati e poi gettati via come una scarpa vecchia e usata. All’estero si dà il giusto spazio ai giovani. All’estero c’è davvero un futuro. All’estero PUOI.’ Specie negli ultimi anni (dal 2012 secondo le fonti), l’estero è per lo più sinonimo di Regno Unito, la nuova America, l’El Dorado dei giovani italiani. È questo che si sente dire.

 

Chiara e la sorella gemella Annalisa, sua compagna di avventure a Londra

Chiara e la sorella gemella Annalisa, sua compagna di avventure a Londra

Citando Chiara: “Sono venuta qui con mia sorella (appena laureate). Siamo venute qui senza avere nessun contatto, abbiamo preso un biglietto Ryanair di sola andata per Londra con la speranza che sarebbe stata la nostra America. Mi sentivo un po’ spaurita, era la prima volta che mi trovavo a dover vivere (non da turista!) e a cercare lavoro in una grande metropoli straniera, con una lingua che non era la mia. Mi sentivo come una clandestina. Tutto inizio cosi’. Con un po’ di pazzia, ma con tanta voglia di fare e di farcela. Sentivamo che Londra sarebbe stata la nostra America e così fu!”

Ora, chi sono io per fare l’ennesimo articolo su i pro e i contro di andare a cercare lavoro (o di trasferirsi) in Inghilterra o a Londra nello specifico? Sono milioni gli articoli online che cercano di sfatare questo mito e di mettere in guardia gli italiani che intendono fare le valigie e rifarsi una vita oltremanica. Non è difficile leggere che sì, il lavoro è ben pagato, ma il costo della vita è alto, gli affitti hanno prezzi vertiginosi, per non parlare dei costi dei trasporti (secondo alcuni articoli non inferiori a 100£ mensili). L’italiano quando paga, pretende: difficile accontentarsi di alloggi scadenti o di soluzioni in condivisione se si pagano cifre astronomiche! Non si sprecano i siti che denunciano truffe di agenzie le quali promettono appartamenti lussuosi e poi rifilano bettole o che addirittura non esistono.

Probabilmente noi italiani siamo facili da raggirare, specialmente se si considera la difficoltà linguistica. Ecco, la lingua: un fattore su cui diversi blog si trovano d’accordo. Per l’Italiano che approda a Londra il primo ostacolo è l’inglese. Che fine hanno fatto tutti gli anni passati sui libri? Non è semplice districarsi tra la matassa di accenti che avvolge e interseca Londra: l’inglese dell’indiano è diverso da quello del sudamericano, da quello parlato dal russo, dall’irlandese o dal cockney londinese. Il plain english NON esiste (né tantomeno l’inglese con la pronuncia che, ahimé, viene insegnata nella maggior parte delle scuole in Italia). Lo stereotipo dell’italiano che impara l’inglese “sul campo”, mentre fa il lavapiatti, è da dimenticare.

Stessa esperienza per la nostra Chiara, che ci racconta (ora divertita): “Nonostante studiamo l’inglese per anni e io l’avessi anche studiato come corso principale all’università, nel venire qui a Londra ci si rende conto che l’inglese studiato sui libri è cinese a differenza di quello parlato qui. Appena arrivata, il mio orecchio non era pronto ad accettare quest’accento e questa lingua ‘ignota’. Mi ricordo il mio primo lavoro e la fatica psicologica e fisica che parlare e ascoltare una lingua straniera possono farti provare. Mi ricordo ancora le prime telefonate a cui rispondevo. Dall’altra parte la persona iniziava a manetta a parlare e io Yes, yes, mmm…yes – o – Could you repeat please? Could you say it once again please? etc.. etc.. Poi vinta dall’esasperazione uno Yes Ok finale, come se avessi capito tutto. Mettevo giù la cornetta sapendo che le mie orecchie non avevano capito nulla, non avevano appreso la minima informazione (probabilmente importante!). Tutto ero una grande rrrrrrrrrrr, un grande mucchio di olive che rotolano tra i denti”. 

Ammettiamo che si abbia un buon livello di inglese o che, da buoni italiani, si trovi un modo per farsi capire, ci sono davvero tutte queste opportunità lavorative? Secondo Chiara, sì: “Nel giro di un mese mi sono ritrovata con un VERO lavoro (contratto a tempo indeterminato) e ben retribuito cosa che in Italia una ragazza di quell’età, senza prolungata esperienza lavorativa, può scordarsi! Qui ci sono manager con in media 25 anni. Avete mai visto questa fascia di età con posizione da Manager in italia? Il Regno Unito crede nei giovani e se dimostri di avere la voglia e la stoffa per imparare velocemente e mostri ambizioni, ti spalancano le porte! Ti danno i mezzi per crescere professionalmente”.

The Union Jack, la bandiera britannica.

The Union Jack, la bandiera britannica.

Come Chiara potrei citare mille esempi di espatriati che non hanno trovato il loro posto in Italia o che hanno provato l’umiliazione di essere superati da raccomandati, la delusione di avere tutte le carte in regola ma di non essere riconosciuti. Il web ne è davvero pieno. Tutte persone che hanno trovato sicurezzaautonomialibertà e felicità all’estero. “Londra mi ha salvata – scrive Chiara – Lo dico sempre. E’ stata la mia salvezza. Ho trovato la serenità, la libertà e indipendenza che se fossi rimasta in Italia non avrei mai raggiunto nei miei venti anni e, se l’avessi fatto, sarebbe stato con tanta, ma tanta fortuna… e certamente grazie a qualche ‘spintarella’”.

Ma stando alle fonti, è davvero tutto oro quello che luccica? Londra è ancora l’El Dorado dei neo laureati? E se sì, per quanto potrà esserlo? A quanto pare non per molto: secondo l’Eurolondon Appointments, società di recruitment inglese, un curriculum di un italiano non è più tanto interessante quanto un profilo parlante russo o tedesco, soprattutto se i curricula italiani arrivano a frotte. Il “nemico” nella ricerca del lavoro oggi potrebbe essere proprio un tuo connazionale! Diventa allora fondamentale avere un curriculum redatto a regola d’arte che spicchi nel mucchio: il trucco, oltre naturalmente all’esperienza lavorativa che è ancora fattore di grande rilievo nella scelta dei candidati, sta nel valorizzare le “skills”, le capacità relazionali e comunicative, ad esempio. Nei curricula italiani sono cose di poco conto, relegate alle ultime righe e liquidate in poche parole, mentre in Inghilterra è ciò che fa la differenza tra due candidati con pari esperienze pregresse. Tuttavia non è solo un fatto di competizione, il problema è proprio numerico: dal 2012 al 2013 l’immigrazione nel Regno Unito ha riscontrato un picco vertiginoso, in gran parte costituito da persone provenienti dai paesi dell’est e del Mediterraneo.  Verificando le richieste di Nin, il National Insurance Number ovvero il codice fiscale inglese, si può notare un incremento del 52% degli immigrati italiani, del 40% degli spagnoli; per i portoghesi una crescita del 45% mentre per i greci del 31%. “Pigs here”, ruggisce un recente titolo del Sun, il quotidiano inglese, dove per PIGS si intendono Portogallo, Italia, Grecia e Spagna ovvero i paesi attualmente più deboli nell’Unione Europea. “Sono arrivati i maiali”.  Il giornale non la manda a dire e tradisce il risentimento in continua crescita (specialmente tra gli inglesi più conservatori) nei confronti di chi “ruba” il lavoro ai cittadini inglesi e si approfitta del Welfare.

Le chiavi di casa di Chiara, simbolo dell'indipendenza finalmente conquistata.

Le chiavi di casa di Chiara, simbolo dell’indipendenza finalmente conquistata.

Insomma, non so quanto a lungo staranno aperte quelle porte e non so se fuggire senza ritorno sia la scelta giusta per tutti. Una cosa è certa: bisogna avere le idee ben chiare prima di partire ed è necessario sapersi rimboccare le maniche. Ed è ciò che ha fatto Chiara.

Che poi si torni o non si torni, è questione di punti di vista. L’importante è fare tesoro di ciò che si vive all’estero e, se possibile, condividerlo con gli altri. È questo che facciamo a Why Not?!

Chiara sarà ospite di Why Not?! sabato 24 gennaio per raccontare molti altri aspetti della sua vita londinese, e come è riuscita a vivere e lavorare a Londra. Non perdetevela!

 

 

Entra in OkNetwork

Carrello